Di Mostafa Ghahremani*, 4 gennaio 2026
traduzione di Leopoldo Salmaso dalla versione inglese, qui
(originale parsi).
Il modo in cui noi iraniani ci rapportiamo alla cultura e alla civiltà occidentale mostra tratti chiaramente morbosi, anzi patologici. È un rapporto che non si basa su una comprensione critica e storica, ma su una forma di fascinazione, passività e accettazione immediata e acritica. Per questo motivo, a differenza dello scrittore e critico culturale Jalal Al-e Ahmad, che all’inizio degli anni ’60 definì questa condizione gharbzadegi (occidentalismo, infatuazione per l’Occidente), preferisco il termine gharbshiftegi (euromania). Questo termine deriva dalla letteratura specialistica psichiatrica e si riferisce più precisamente a un attaccamento maniacale con giudizio distorto.
A mio avviso, l’euromania nella società iraniana può essere caratterizzata da tre aspetti fondamentali:
• un attaccamento eccessivo,
• un’ammirazione acritica,
• uno stato quasi compulsivo che rende impossibile qualsiasi distacco epistemico.
Sono passati più di due secoli dai nostri primi incontri con l’Occidente, ma questi incontri non hanno mai portato a una comprensione profonda della logica interna, dei meccanismi di potere e dei fondamenti epistemologici della civiltà occidentale. L’Occidente non è percepito come una totalità storicamente multiforme e contraddittoria, ma prevalentemente come un insieme di risultati finiti, istituzioni e modelli consumabili. In questo quadro, è passato inosservato in particolare il legame interno tra conoscenza, potere, istituzione e soggetto nella modernità occidentale. Di conseguenza, la nostra conoscenza dell’Occidente si è in gran parte esaurita nelle sue manifestazioni e nei suoi meccanismi funzionali esterni, rimanendo cieca di fronte a un’analisi storica della produzione di ‘verità’, ‘razionalità’ e ‘normatività’ all’interno di quella civiltà. L’Occidente è apparso nel nostro pensiero più come un modello neutro e universale che come un progetto storico specifico emerso in stretto intreccio con relazioni di dominio, processi disciplinati e riproduzione del potere.
Non sono stati risparmiati da siffatta limitazione epistemologica neppure importanti intellettuali iraniani contemporanei, nè pensatori riformisti religiosi e laici. I loro soggiorni in Occidente, per lo più brevi e spesso senza un accesso approfondito alle tradizioni filosofiche, storiche e critiche occidentali, non hanno consentito una comprensione strutturale e fondamentale della modernità occidentale. Pertanto, una parte significativa del loro impegno con l’Occidente si basava meno su una critica immanente della tradizione moderna e più su percezioni selettive e in parte idealizzate.
Sfortunatamente, a causa del ruolo d’avanguardia di questi pensatori nel campo intellettuale iraniano, le loro interpretazioni sono diventate esse stesse un fattore decisivo nella diffusione dell’euromania tra le classi medie urbane. Questi strati sociali hanno gradualmente iniziato a considerare l’Occidente non più come un oggetto di conoscenza critica, ma come lo standard definitivo di razionalità, progresso e persino virtù. Il risultato di questo atteggiamento è stato il persistere di una condizione in cui la società iraniana, in ambito politico, economico e culturale, è rimasta esposta a una forma di egemonia occidentale sia soft che hard.
Questo dominio distruttivo si è manifestato da un lato nella sottomissione delle strutture statali e nell’agevolazione dello sfruttamento delle risorse naturali ed economiche del Paese; dall’altro lato, attraverso il reclutamento e l’integrazione delle élite intellettuali e scientifiche iraniane nelle istituzioni occidentali – nel contesto della migrazione e della fuga dei cervelli – ha portato alla riproduzione della disuguaglianza epistemica.
Inoltre, l’imposizione degli stili di vita e dei modelli di pensiero occidentali come unica modalità di esistenza legittima e razionale ha causato un’alienazione delle élite dai propri contesti sociali e storici e ha rafforzato un’auto-alienazione strutturale.
La conseguenza di questo processo è stata l’incapacità delle élite di fornire risposte efficaci ai problemi reali della società, nonché il ripetuto fallimento dei progetti di riforma, sviluppo ed emancipazione, poiché questi progetti erano stati concepiti principalmente sulla base di una razionalità e di una moralità che non emergevano dal contesto storico e culturale della società iraniana.
Dal mio punto di vista, avendo vissuto, studiato e lavorato ai massimi livelli professionali in una delle società occidentali più centrali per oltre quattro decenni, il percorso per liberare l’Iran dal suo stato di dipendenza e sottomissione culturale oggi non consiste né in un rifiuto semplicistico dell’Occidente né nella sua acritica adozione, ma nel superamento consapevole e critico del fenomeno dell’euromania.
In questo contesto appare come una necessità indispensabile l’istituzione e lo sviluppo degli studi occidentali (occidentalismo) come disciplina critica e storica della conoscenza – in tensione e in corrispondenza con l’orientalismo. Una simile ricerca sull’Occidente può rivelare i fondamenti filosofici ed epistemologici, nonché i meccanismi interni della civiltà moderna, il suo rapporto con il potere, l’etica, la razionalità e la tradizione, e impedire che l’Occidente sia ridotto a un modello universale e privo di alternative. Se concepita correttamente, questa conoscenza può contribuire a riconquistare autostima epistemica, a rinnovare consapevolezza collettiva e a formare una razionalità critica autoctona.
L’ascesa dell’Iran sulla via della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione strategica e dello sviluppo sostenibile non sarà possibile senza superare questa patologia collettiva dell’euromania.
(*) Il dottor Mostafa Ghahremani arrivò in Germania dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e studiò medicina e odontoiatria a Francoforte. Attualmente lavora come chirurgo plastico ed estetico in una clinica privata tedesca. Attivista sociale, segue da sempre gli sviluppi politici in Iran. È autore di una monografia su Sadegh Ghotbzadeh, figura chiave ma poco conosciuta della rivoluzione iraniana, che ricoprì brevemente la carica di ministro degli Esteri prima di essere condannato a morte e giustiziato nel 1982.
NOTA DEL TRADUTTORE: Nella mia ultradecennale convivenza con molteplici strati della società tanzaniana ritengo che quanto affermato da Gharehmani per la società iraniana si possa ampiamente applicare anche alla società tanzaniana (e, per estrapolazione, ritengo che le altre società/culture del pianeta siano più o meno affette da analoga patologia).
Io però la chiamerei Occidentomania o, per sineddoche, Hollywoodmania – immaginando che Gramsci si rivolti nella tomba.
